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Dio
e uomo
Domenico Casiraghi
Dio non esiste
Il filosofo
tedesco F. Nietzsche in una sua opera famosa, La Gaia scienza, esclama,
anzi grida: «Dio se n’è andato? Ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso – voi ed io
– Dio è morto! Dio resta morto!» E in
un’altra sua opera, intitolata Aurora, scrive: «Un tempo si cercava di
dimostrare che Dio non esiste. Oggi si mostra come abbia avuto il suo peso e la
sua importanza: in tal modo una contro-dimostrazione della non-esistenza di Dio
diventa superflua». Certo, per
più di due millenni i filosofi hanno tentato di dimostrare l’esistenza di Dio;
ma da quasi tre secoli la maggioranza di essi si sforza di affermare che Dio
non esiste, o per lo meno, che l’esistenza di Dio non è dimostrabile. Infatti,
il pensiero moderno, liberatosi dalle grandi certezze della fede religiosa,
sembra si sia interessato solo dell’uomo e l’idea di Dio è mutata sino a
diventare per molti incomprensibile. Eppure il
sentimento religioso persiste e diviene sempre più attuale il problema del
pluralismo religioso, e la religione, ogni religione, ha per suo specifico
oggetto di fede e di culto: Dio. Del resto,
chi dice di non porsi la questione di Dio, in realtà mente; o, se non mente, è
solo perché il momento dell’interrogativo più decisivo per lui non è ancora
giunto. Basterà un incontro, un fatto, forse – chi sa – un dolore, per fare i
conti con un problema che non si può rimuovere troppo a lungo. Anche perché,
chiedersi se Dio esiste, vuol dire soprattutto chiedersi chi siamo noi: il
frutto del caso o di un progetto? E allora
domandiamoci: Dio esiste o no? E se esiste, è possibile dimostrarne l’esistenza
con le sole forze della ragione, senza ricorrere alla fede? Si possono,
al riguardo, prospettare tre possibili soluzioni o risposte, che di fatto si
sono delineate nel corso della storia della filosofia. – Dio non
esiste: l’idea di Dio non è che una proiezione dei nostri desideri e pertanto
un prodotto dell’immaginazione. Non Dio ha creato l’uomo, ma l’uomo ha creato
Dio. – Non è
possibile dimostrare con prove razionali certe né l’esistenza né la
non-esistenza di Dio e pertanto l’atto di fede è un esclusivo dono di Dio,
seguito da una libera scelta ed è quindi un’opzione razionalmente immotivata. – È
possibile dimostrare con le sole forze della ragione l’esistenza di Dio e
perciò l’atto di fede è sì un dono di Dio, ma anche un atto ragionevole. Vediamo
dunque la prima possibile risposta, così come è stata formulata nella storia
del pensiero. A farlo
apposta, il primo a prenderla in considerazione è s. Tommaso. Egli infatti
inizia l’art. 3 della Questione II della I parte della Summa Theologiae
chiedendosi se Dio esiste e risponde: «Sembra che Dio non esista». E lo
dimostra così: «Se di due contrari uno è infinito, l’altro resta completamente
distrutto. Ora, con il nome Dio si intende affermare un bene infinito.
Dunque, se Dio esistesse, non dovrebbe più esserci il male. Viceversa nel mondo
c’è il male. Dunque Dio non esiste». Altri
filosofi antichi (Democrito ed Epicuro) e moderni (illuministi, marxisti,
positivisti e contemporanei), alcuni neuro-scienziati e studiosi della
Intelligenza Artificiale, nel loro ostinato proposito di negare la spiritualità
dell’anima e l’esistenza di Dio, hanno inventato dei surrogati ideologici di
Dio. Uno di
questi surrogati è il termine “Natura”, che già Lucrezio Caro usava nel suo
poema De Rerum Natura per tentare di sostituirlo all’idea di Dio. Un altro di
questi surrogati è il termine “Caso”, introdotto in filosofia da Democrito e
poi ripreso da tanti materialisti antichi e moderni, fino ad arrivare allo
scienziato francese J. Monod, con il suo best-seller Il caso e la necessità. Secondo
tutti costoro l’universo, gli eventi della Storia, l’evoluzione biologica, le
forme più complesse della vita scaturirebbero dall’incontro-scontro casuale di
elementi primordiali (gli atomi), che si aggregano e si disgregano senza alcuna
finalità né alcun disegno superiore. A Marx
piaceva questa teoria, e proprio sul materialismo di Democrito egli ha scritto
la sua prima opera, tratta dalla tesi di laurea.6 Dopo di che non approfondirà più la questione e per tutto il
resto della sua vita cercherà non tanto di dimostrare la non-esistenza di Dio,
ma di spiegare come sia sorta l’idea di Dio, e perché la maggior parte degli
uomini, in tutti i tempi e luoghi, abbiano coltivato tale idea. Ma vediamo
in maniera più puntuale come siano stati utilizzati tali surrogati: la Natura e
il Caso, per negare l’esistenza di Dio.
È a
Democrito (n. 460/459 a.C.) che si deve la più organica concezione
materialistica e meccanicistica della realtà, che la cultura antica abbia
prodotto, modello di spiegazione a cui anche in epoche successive ci si è
ispirati. La sua
teoria è detta: materialistica, perché, secondo Democrito, tutto nella
realtà è composto di parti materiali; meccanicistica, perché il divenire
delle cose viene spiegato in base ai movimenti degli atomi, a cause quindi
puramente fisiche, senza ricorrere a cause intelligenti e finali, cioè agli scopi
di qualche divinità. Democrito,
come i suoi immediati predecessori, Empedocle e Anassagora, aveva da risolvere
un difficilissimo problema lasciato insoluto da Parmenide: come conciliare cioè
la realtà del divenire, attestataci dall’esperienza, con la concezione
parmenidea dell’essere eterno e immutabile. In verità, Parmenide l’aveva
risolto negando la realtà del divenire, considerandola una pura apparenza e
ritenendo reale e pertanto vero solo l’essere eterno e immutabile. Si vedrà
più avanti il perché e il significato di questa conclusione di Parmenide. Democrito,
si diceva, cerca di risolvere il problema dimostrando che l’universo è composto
di una molteplicità di elementi, che ne costituiscono la ragione e il
fondamento. Egli giunge
ad essi attraverso un metodo di scomposizione della realtà. Contrariamente ad
Anassagora (n. 500/496 a.C.), che aveva sostenuto la divisibilità delle cose
all’infinito, Democrito ritiene che i corpi possono essere divisi solo finché
non si giunga ai loro componenti ultimi, cioè a elementi materiali non
ulteriormente divisibili. Questi
elementi materiali, non suscettibili di ulteriore scomposizione e divisione,
sono da lui chiamati con un termine che ha avuto grandissimo successo nel
lessico scientifico: atomói (indivisibili). Gli atomi, oltre che
indivisibili, sono eterni e imperituri come l’essere di Parmenide; sono però di
numero infinito e sempre in movimento. La condizione del movimento degli atomi
è lo spazio, ossia il vuoto. Gli atomi si muovono nel vuoto e si muovono perché
c’è il vuoto. Democrito,
dunque, traduce l’opposizione parmenidea di essere e non essere nel rapporto
tra atomi (l’essere) e il vuoto (il non-essere). Ebbene, gli
atomi, o pieno, e il loro movimento e lo spazio, o vuoto, sono le condizioni
che concorrono alla formazione dell’universo, anzi di mondi infiniti, perché
gli atomi sono infiniti e infiniti sono le loro possibilità di combinazione.
Gli atomi, infatti, muovendosi nel vuoto, si incontrano producendo infiniti
aggregati o si separano causando la fine delle cose. Il
divenire, cioè il nascere e il morire delle cose, che consiste nel loro
aggregarsi e disgregarsi, riguarda i composti e non gli atomi, che, come si è
detto, sono immutabili ed eterni. Ma chi o
che cosa fa muovere gli atomi? Non l’azione di qualche realtà esterna, cioè
l’azione finalizzata e consapevole di una realtà divina, bensì dal volteggiare
caotico in tutte le direzioni degli atomi stessi. Epicuro,
invece, che farà propria la spiegazione democritea, penserà gli atomi in
perpetua caduta, secondo un moto rettilineo uniforme, e la causa di questa
caduta sarebbe il loro peso. Questa
spiegazione del mondo rappresenta la prima e radicale forma non solo di
materialismo meccanicistico, ma anche di ateismo, in quanto nega
l’esistenza di una qualsiasi Intelligenza che abbia fatto il mondo. In tale
contesto si colloca la nascita della religione, che per Democrito deriva dal
terrore e dallo stupore degli uomini dinanzi alle forze scatenate della natura.
«In balia dei tuoni, dei lampi, dei fulmini, delle eclissi di sole ecc., i
mortali credettero che di tali fenomeni fossero causa degli dèi, cui offrirono,
di conseguenza, voti e preghiere affinché non facessero loro del male». Per il
filosofo, in conclusione, il mondo è frutto di cause naturali e opera senza un
fine. Come il
greco Democrito, anche l’ellenista Epicuro (341- 270 a.C.) e il latino Lucrezio
(96-55 a.C.) intendono spiegare il mondo escludendo ogni causa soprannaturale,
ossia Dio. Elaborano perciò anch’essi una teoria materialistica, che
esclude la presenza nel mondo di ogni principio spirituale, e meccanicistica,
che si avvale nelle sue spiegazioni unicamente dei movimenti dei corpi con
l’esclusione di qualsiasi finalismo. Epicuro e
Lucrezio pertanto adottano la spiegazione del mondo di Democrito, perché
rispondeva a queste due condizioni. Attenzione
però! Sia Epicuro sia Lucrezio non negano l’esistenza della divinità, e più
precisamente gli dèi. Epicuro, per esempio, scrive nella Lettera sulla
felicità: «Gli dèi esistono, perché la loro conoscenza è evidente, ma non
esistono nel modo in cui i più li concepiscono, perché non conservano la
nozione che ne hanno. Empio non è chi non riconosce gli dèi del volgo, ma chi
agli dèi applica le opinioni del volgo». In verità,
la preoccupazione di Epicuro non è quella di negare o meno l’esistenza degli
dèi, ma quella di liberare gli uomini dalla paura degli dèi e della morte. A
proposito della quale scrive: «Il male, dunque, che più ci atterrisce, la
morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando
c’è la morte noi non siamo più. Pertanto essa è nulla per i vivi e per i morti,
perché per quelli non c’è e questi non sono più». Oltre a
questi tre, non troviamo altri pensatori greci che spiegano il mondo senza
ricorrere alla divinità. E non ne troviamo tra i pensatori del Medioevo, se si
eccettua, forse, un poeta del tempo di Dante e suo amico, G. Cavalcanti
(1260-1309), che il Boccaccio fa protagonista di una sua novella e di lui
scrive: «Egli alquanto tenea dell’oppinione degli epicurei, si diceva tra la
gente volgare che queste sue speculazioni erano solo in cercare se trovar si
potesse che Iddio non fosse». B. Telesio
(1509-1588), una delle espressioni più rappresentative del pensiero del
Rinascimento, sostiene che la conoscenza della natura deve prescindere da
qualsiasi metafisica, ma deve essere conseguita con principi puramente fisici.
Del resto la sua opera fondamentale non lascia adito a dubbi: «De rerum
natura iuxta propria principia»: la spiegazione della natura deve essere
fatta ricorrendo ai suoi stessi principi e non a Dio. Ciò non significa che
Telesio professi l’ateismo. Anzi, sostiene, come sarà per Cartesio, che Dio è
garante dell’ordine e dell’autonomia della natura. Altro
filosofo del Rinascimento che si è occupato del problema di Dio, sia pure
indirettamente, è Pomponazzi (1462-1524), autore dello scritto Sull’immortalità
dell’anima, in cui, a dispetto del titolo, cerca di dimostrare che l’anima
muore con la morte del corpo. Egli sostiene la tesi dell’ateismo politico,
ossia l’impostura delle religioni. Secondo una concezione già circolante nel
Medioevo, e ripresa da Voltaire, Mosè, Cristo e Maometto sarebbero stati tre
impostori, le cui opere sono comunque servite a tener sottomessi i filosofi
ribelli.
Con l’età
moderna il problema di Dio compie un salto di qualità o, se si vuole, una
svolta epocale. Certamente
non è venuto meno l’entusiasmo nella ricerca di una spiegazione della realtà,
del mondo insomma, ma non si avverte più la necessità di far ricorso a Dio. Per
la precisione, questo percorso della negazione dell’esistenza di Dio inizia con
l’illuminismo, quel grandioso movimento culturale sorto nella seconda metà del
’700, che dà origine all’età moderna. Tale
movimento considera come supremo criterio di verità la ragione, delineando un
nuovo tipo di uomo, le cui caratteristiche sono ben descritte da R. Guardini ne
La fine dell’epoca moderna. «Alla domanda quali siano i modi
dell’esistente, il pensiero moderno risponde: la natura, il soggetto-personalità,
la cultura... Il loro complesso rappresenta qualche cosa di definitivo, al di
là del quale non si può andare. Non ha bisogno di alcun estraneo a sé né
tollera alcuna norma sopra di sé». L’uomo
dunque basta a se stesso e non ha più il bisogno fondamentale di ricercare il
senso ultimo della sua vita; egli, per il fatto di esistere, è già
completamente realizzato e non ha bisogno di Dio. Il credente, partendo dal
fatto di esistere, ricerca il valore; per l’uomo moderno il fatto e il valore
coincidono. L’idealismo esprimerà questa posizione con una formula
estremamente felice: «Il fatto è già valore». L’uomo
moderno, in altre parole, ritiene che tutto quanto è altro da sé, lo disturbi e
lo condizioni. Il rapporto, per esempio, è sentito come alienazione sia nei
confronti di Dio sia nei confronti del contesto sociale. Il soggetto della
modernità è l’individuo che esiste come assoluto e che, in quanto tale, ha
diritto su tutto. Questa
concezione è come il seme di un progetto che si sviluppa gradualmente. Dapprima
questo soggetto umano è sostanzialmente ateo, non perché dice che Dio non
esiste, ma in quanto sottrae a Dio spazi sempre più vasti della sua vita: la
politica (Machiavelli), la morale (Kant), l’arte (Kant, Croce), la vita sociale
(Hobbes, Locke, Montesquieu, Rousseau). Dio esiste,
pochi lo negano, ma tutto il movimento di pensiero nato con l’età moderna è
teso a rivendicare gli spazi della vita e a riportarli all’uomo come unico
artefice del suo destino. È chiaro
che tale posizione non potrà che approdare, come di fatto accadrà, alla
sostituzione della religiosità con il progetto umano e sociale, ossia con la
costruzione di una società retta da criteri esclusivamente razionali e più
precisamente scientifici. L’illuminismo
rappresenta il momento in cui questo nuovo tipo umano, consapevole di essere
diventato autonomo, è in grado di creare una cultura nuova e di indicare un
progetto sociale totalizzante, che ha come scopo la costruzione di una società
atea, in cui Dio non esiste. È questo,
per esempio, il progetto di una singolare figura, J. Meslier. Dico singolare
perché è un sacerdote che, divenuto parroco, si dedica con esemplarità ai
poveri, ma una crisi interiore lo conduce a rifiutare la sua fede per
abbracciare il materialismo. Egli è autore di tre manoscritti clandestini di
366 fogli, trovati solo alla sua morte con il titolo Mon testament. Nel
1775 il Parlamento di Parigi ordinerà che il Testament sia bruciato.
Meslier dà al fatto religioso un’interpretazione politica, sostenendo che la
obbedienza al re di diritto divino, voluta dalle religioni, non sia altro che
un’astuzia politica per sottomettere i popoli. A Meslier
si rifà il maggior filosofo del materialismo francese, ossia P.H.T. D’Holbach
(1723-1789), il quale, pur denunciando la strumentalizzazione politica del
fenomeno religioso, ne ricerca l’origine nel timore e nel disagio dell’uomo di
fronte all’universo. «È il male
che (l’uomo) vede nel mondo che lo ha indotto a pensare alla divinità. Il
grandissimo numero dei mali, degli accidenti, delle malattie, dei disastri...
suscitarono in lui spaventi. Fu allora che non vedendo sulla terra agenti
abbastanza potenti da operare tali effetti, levò gli occhi al cielo, in cui
suppose che risiedessero agenti ignoti, l’inimicizia dei quali distruggeva
quaggiù la sua felicità». Di
conseguenza, se Dio è una falsa creazione della paura, l’unica verità è da
ricercarsi nel mondo reale, ossia nella natura, pensata come una realtà
autosufficiente ed eterna e come sano criterio di comportamento. E D’Holbach
vede nell’ateismo una scuola di vita e una condizione indispensabile per
fondare una società migliore. Il
materialismo, e di conseguenza l’ateismo, di D’Holbach è totale. Egli infatti
ritiene che con la parola “Dio” si siano volute indicare le cause sconosciute
degli effetti che si vedono. Pertanto: «Se l’ignoranza diede origine agli dèi,
la conoscenza della natura è fatta per distruggerli». Sulla scia
di D’Holbach si colloca T.O. La Mettrie (1709-1751), che porta alle estreme
conseguenze l’ipotesi che risale a Hobbes e che Voltaire ha divulgato molto
bene, ossia: «Io sono corpo e penso». Scrive, infatti, L’uomo macchina,
in cui sostiene, appunto, che l’uomo non è che una macchina complessa, tanto
che è impossibile farsene un’idea. La Mettrie
lascia ben poco spazio a Dio, anche se ammette che negare il caso non equivale
ammettere l’esistenza di un Essere supremo e che gli indizi di un creatore che
si riescono a cogliere nell’universo non scoraggiano gli atei, i quali «possono
opporre altre idee, forse altrettante forti e assolutamente contrarie». Questo
illuminista è dunque un ateo, che tuttavia ogni tanto si concede qualche dubbio
da credente.
Come si può
notare, gli autori che si sono finora presi in considerazione non sembra
abbiano prodotto prove sufficienti a orientarci a far nostre le loro tesi di
ateismo. Più che di prove si tratta infatti di ipotesi, la cui verità è tutta
da dimostrare. Si deve
attendere il secolo XIX per trovare invece dei filosofi che portano il discorso
dell’ateismo a un alto livello filosofico: sono L. Feuerbach, K. Marx, F.W.
Nietzsche, il filosofo della “morte di Dio”. Feuerbach
(1804-1872) si può considerare il punto di riferimento dell’ateismo moderno.
Egli parte dalla critica alla filosofia di Hegel, perché, scrive, è una visione
rovesciata della realtà. Si vedrà
più avanti che Hegel, mostrando l’assurdità della cosa in sé kantiana, posta al
di là del pensiero, giunge alla affermazione che il pensiero, non tollerando
nulla al di fuori di esso, produce tutta la realtà, ossia l’essere. Il pensiero
è l’Assoluto, è l’Infinito, è lo Spirito. Il finito, ossia la natura e l’uomo,
è la sua realizzazione e manifestazione, nel senso che ne è parte e vive solo a
causa dell’Infinito. Dunque, per
Hegel, il Pensiero = Spirito, Dio (soggetto) produce l’essere =
natura, l’uomo, il finito (predicato). Ora
Feuerbach opera il rovesciamento di questa predicazione: per lui è l’essere
che produce il pensiero. Scrive infatti: «L’inizio della filosofia non è
Dio, non è l’Assoluto: l’inizio della filosofia è il finito, il determinato, il
reale». Questo
rovesciamento di soggetto e predicato applicato alla religione comporta che non
è Dio a creare l’uomo, ma è l’uomo a creare Dio. Infatti Dio non è che la
proiezione illusoria od oggettivazione fantastica di qualità umane, in
particolare di quelle perfezioni che sono proprie della nostra specie, ossia:
la ragione, la volontà, il cuore. La religione afferma che Dio è Intelligenza
infinita, è onnipotente, è Amore. Ebbene, ciò che la religione attribuisce a
Dio, Feuerbach lo attribuisce all’uomo. Scrive
infatti: «La religione è l’insieme dei rapporti dell’uomo con se stesso o
meglio con il proprio essere, considerato però come un altro essere... Tutte le
qualificazioni dell’essere divino sono perciò qualificazioni dell’essere
umano... Tu credi che l’amore sia un attributo di Dio, perché tu stesso ami,
credi che Dio sia un essere sapiente e buono perché consideri bontà e
intelligenza le migliori tue qualità». Feuerbach
riduce così la teologia (studio di Dio) in antropologia (studio dell’uomo), nel
senso che «Dio è l’essenza dell’uomo personificata in un essere fuori di sé».
La religione è l’infanzia dell’umanità, perché, come il bambino, vede il
proprio essere, ossia la propria umanità, fuori di sé, ossia oggettiva il
proprio essere in un altro uomo. Feuerbach
per spiegare questo spostamento di sé fuori di sé, in Dio, utilizza il concetto
di alienazione. Il primo a
usare questo concetto o categoria filosofica è J.J. Rousseau (1712-1778). Con
questo termine egli intende il passaggio dell’uomo dallo stato di natura allo
stato civile; questo passaggio è attuato attraverso, appunto, l’alienazione,
ossia il trasferimento dei diritti naturali, per obbedire alla volontà
generale, e tale obbedienza trasforma i diritti naturali in diritti civili. Per
esempio: la libertà naturale consiste nel fare tutto ciò che consentono le
nostre capacità fisiche e spirituali; la libertà civile è quella che consiste
nel poter fare ciò che non nuoce agli altri. Di
“alienazione” parla anche Hegel. L’alienazione è il movimento stesso dell’Idea,
che si fa altro da sé nella Natura, decadendo, per poter riappropriarsi di sé
come Spirito. È evidente che l’alienazione riveste in Hegel un significato
negativo e positivo nello stesso tempo. In Feuerbach
l’alienazione è qualcosa di puramente negativo, in quanto egli sostiene che la
religione è una forma di alienazione, nel senso che l’uomo proietta fuori di sé
la sua essenza e precisamente la proietta in un Essere superiore, Dio, a cui si
sottomette nei modi più umilianti e violenti: sacrifici umani, guerre di
religione, fanatismo, fondamentalismo ecc. In forza di questa alienazione,
l’uomo tanto più pone in Dio quanto più toglie a se stesso. «La gloria di Dio
si fonda esclusivamente sull’abbassamento dell’uomo». L’ateismo
si configura allora non solo come un atto di onestà intellettuale, ma anche
come vero e proprio dovere morale. Infatti, secondo Feuerbach, è ormai venuto
il tempo che l’uomo recuperi in sé i predicati positivi che egli ha proiettato
fuori di sé in quello specchio illusorio della propria essenza, che è Dio. Si
tratta di restituire all’uomo ciò che Dio gli ha tolto. In altre
parole, ciò che nella religione è soggetto, deve ridiventare predicato: non Dio
crea l’uomo, ma l’uomo crea Dio. Non si deve porre, come Hegel, il finito
nell’Infinito, ma l’Infinito nel finito. Si deve cioè risolvere Dio nell’uomo;
la teologia nell’antropologia o anche nell’“umanismo”. Il filosofo
si deve pertanto preoccupare non di Dio, ma dell’uomo nella sua concretezza,
che ha come fondamento la natura. Ecco allora l’ateismo positivo di Feuerbach:
dall’amore per Dio all’amore per l’uomo; dalla fede in Dio alla fede nell’uomo;
dalla trascendenza all’immanenza. «Lo scopo
dei miei scritti», afferma, «come pure delle mie lezioni è questo: trasformare
gli uomini da teologi in antropologi, da teofili in filantropi, da credenti
dell’al di là in studenti dell’al di qua, da camerieri religiosi e politici
della monarchia e aristocrazia celeste e terrestre in autocoscienti cittadini
della terra». La critica
alla religione di Feuerbach viene ripresa da K. Marx (1818-1883). Questi
appartiene, insieme a Nietzsche e a Freud, alla “Scuola del sospetto”. Scrive
P. Ricouer: «La scuola del sospetto: la dominano tre maestri che in apparenza
si escludono a vicenda, Marx, Nietzsche e Freud... Se risaliamo alla loro
intenzione comune, troviamo in essa la decisione di considerare innanzitutto la
coscienza nel suo insieme come coscienza falsa». Essi hanno descritto
come “falsa coscienza” proprio quella certezza cartesiana della coscienza che
dovrebbe essere rischiaratrice, in quanto fondazione di una certezza che supera
ogni dubbio radicale. Invece i “tre maestri del sospetto” hanno affermato che
dietro alle grandi certezze (per esempio dietro i grandi “valori”), vi sono
forze e tendenze profonde, rispettivamente, gli interessi economico-sociali, la
“volontà di potenza” e l’“inconscio”. Il
marxismo, infatti, non è riducibile a una filosofia, ma è anzitutto un’analisi
globale della società e della storia. La sua originalità consiste nello stretto
legame tra teoria e prassi, nel senso che la soluzione dei problemi non
consiste semplicemente nella critica ma nell’azione. Lo scopo di Marx è infatti
di realizzare l’identità tra realtà e razionalità. Hegel la pensa questa
identità; Marx la vuole attuare con la prassi, ossia con
l’azione. Anche Marx
parte dalla critica alla filosofia di Hegel, accusandolo di aver scambiato il
soggetto con il predicato. Questo
scambio comporta una duplice conseguenza: a) una
giustificazione speculativa: – la realtà
finita è una semplice manifestazione dell’Infinito; – identità
tra reale e razionale: “Tutto ciò che è reale è razionale, e tutto ciò che è
razionale è reale”; – identità
tra essere e dover essere; b) una
giustificazione politica: –
l’esistente, ossia la società e lo stato sono una necessaria realizzazione
dello Spirito. Occorre
allora ricapovolgere il soggetto e il predicato: «Non è la coscienza degli
uomini che determina il loro essere, ma al contrario, è il loro essere sociale
che determina la loro coscienza». Si deve
riconoscere, dunque, ciò che è veramente soggetto e predicato. Merito di
Hegel è l’aver affermato che la realtà e la Storia sono un processo mosso da
opposizioni, contraddizioni, conflitti. Ma in Hegel essi sono opposizioni
concettuali, conciliate nel momento della sintesi. Marx ritiene invece che tali
opposizioni sono reali, che stanno come due armate nemiche, tra cui non c’è
sintesi, ma lotta ed esclusione. Nella sua
analisi della società e della Storia anche Marx, come Feuerbach, ricorre alla
categoria della alienazione e parla di alienazione economica, politica e
religiosa. Cosa
intende per “alienazione religiosa”? Marx
riconosce a Feuerbach il merito di aver capovolto (rimesso in piedi) la visione
rovesciata della realtà di Hegel; di aver rivalutato la naturalità e la
concretezza dell’uomo reale; di aver scoperto e smascherato il meccanismo
dell’alienazione religiosa: non Dio crea l’uomo, ma l’uomo crea Dio. Ma a
Feuerbach rimprovera due limiti: – non ha
colto la storicità e la socialità dell’uomo, che non vive fuori dal tempo e da
una società, ma in un certo tempo storico e in una certa società, ed è pertanto
un prodotto storico e sociale: è ciò che lo fanno la storia e la società; – non ha
inoltre colto le cause reali del fenomeno religioso né ha indicato i mezzi per
il loro superamento, perché gli è sfuggito che chi produce la religione è colui
che vive in una società ingiusta. Le vere
cause della religione sono, secondo Marx, l’ingiustizia, l’oppressione e lo
sfruttamento. Marx,
infatti, nella sua analisi della società a lui contemporanea, che è, come si
sa, la società capitalistica di fine ’800, scopre che in essa esiste un
conflitto, una opposizione, una contraddizione tra capitale e lavoro salariato. Questo
conflitto viene espresso mediante il concetto di alienazione. Si è visto
che per Feuerbach l’alienazione si identifica con la situazione dell’uomo
religioso, che, “scindendosi”, si sottomette a una Potenza estranea (Dio), che
lui stesso ha posto, “estraniandosi” in tal modo dalla propria realtà. Marx si
rifà a Feuerbach, da cui accetta il concetto di alienazione, intesa appunto
come condizione patologica di “scissione”, di “dipendenza” e di
autoestraneazione, ma a lui rimprovera, come si è già osservato, il fatto che
egli non coglie la storicità e la socialità dell’uomo e pertanto Feuerbach al
termine “alienazione” dà un’interpretazione errata, in quanto la ritiene un
puro atto di pensiero. Marx, invece, ritiene l’alienazione un fatto reale,
di natura socio-economica, nel senso che si identifica con la condizione
storica del salariato nell’ambito della società capitalistica. Nella
società capitalistica l’operaio infatti è alienato: – rispetto
al prodotto della sua attività, in quanto con il suo lavoro produce un
bene che non gli appartiene, ma è un bene del proprietario della fabbrica; – rispetto
alla sua stessa attività, che prende forma di lavoro forzato o
costrittivo, in cui egli è strumento di fini estranei, il profitto del
capitalista; – rispetto
alla sua stessa essenza; infatti, l’uomo si distingue dall’animale non
per la sua coscienza, ma per la sua capacità di produrre i mezzi di sussistenza
mediante un lavoro libero e creativo e invece è costretto a un lavoro ripetitivo,
a catena e quindi frustrante; – rispetto
al prossimo, perché il prossimo per lui è il capitalista, che lo tratta
come mezzo, lo sfrutta, espropriandolo del frutto della sua fatica. Si
comprende, così, perché il suo rapporto con lui sia conflittuale. La causa di
questa alienazione è, secondo Marx, la proprietà privata dei mezzi di
produzione, che consente, come si è accennato, al capitalista di ridurre
l’operaio a strumento di arricchimento secondo la logica del profitto. La
liberazione dalla alienazione economica non deve consistere allora in una
semplice critica della società capitalistica, ossia in un semplice atto di
pensiero, ma in un’azione rivoluzionaria finalizzata al suo abbattimento
mediante l’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione e
l’instaurazione della società comunista in cui ciascuno avrà secondo i suoi
bisogni. Marx,
dunque, rompendo con Feuerbach e con l’antropologia tradizionale, che parlavano
dell’uomo come di un’essenza atemporale, dotata di certe proprietà immutabili,
sostiene che l’individuo è reso tale dalla società storica in cui vive;
pertanto non esiste l’uomo in astratto, ma l’uomo prodotto e figlio di una
determinata società e di una precisa epoca storica. Ne deriva
che ogni discorso sull’uomo si risolve inevitabilmente in un discorso sulla
società e sulla Storia, anche quello religioso. Infatti,
Marx sostiene che chi produce la religione è colui che vive in una società
ingiusta e la religione non è che «il sospiro di un creatura oppressa», «frutto
ammalato di una società ammalata». In altre
parole, la religione non è che il prodotto di una umanità alienata e sofferente
per causa delle ingiustizie sociali, che cerca illusoriamente nell’al di là ciò
che è negato di fatto nell’al di qua. Perciò Dio è colui che realizza i
desideri che non possono essere realizzati su questa terra, in questa vita. «Quali i
desideri degli uomini, tali i loro dèi», aveva già detto Feuerbach. Marx
traduce questa affermazione con la famosa frase: «La religione è l’oppio dei
popoli». E cioè un sedativo
consolatorio contro le sofferenze e le ingiustizie. Ma, se la
religione, in quanto droga delle masse, è il sintomo di una condizione umana e
sociale alienata, l’unico rimedio per eliminarla non è, ancora una volta, la
semplice critica, come pensava ancora Feuerbach, ma la trasformazione
rivoluzionaria della società. In altre
parole, se la religione è il frutto malato di una società malata, l’unico modo
per sradicarla è quello di distruggere le strutture sociali che la producono.
La disalienazione religiosa ha, dunque, come suo presupposto, la disalienazione
economica, ossia l’abbattimento della società capitalistica mediante l’azione
rivoluzionaria, promossa per la instaurazione di una società che non sentirà
più il bisogno di Dio, quella, appunto, comunista. «Religione,
famiglia, Stato, diritto, morale, scienza, arte ecc. sono particolari modi
della produzione e cadono sotto la legge generale. L’effettiva soppressione
della proprietà privata, come appropriazione della vita umana, è quindi
l’effettiva soppressione di ogni alienazione, e con ciò la conversione
dell’uomo dalla religione, dalla famiglia, dallo Stato ecc. alla sua esistenza
umana, cioè sociale». Il salto è
fatto. Il collegamento tra religione e realtà economica e politica è, secondo
le prospettive di Marx, tracciato. E la sua proposta è molto chiara: «Finora i
filosofi hanno solo interpretato il mondo, in modi diversi; si tratta ora di
trasformarlo», e Dio non era
escluso da questa trasformazione. Guardare il
mondo e la realtà è l’invito di Marx, vivere e organizzarsi, prescindendo dal
problema di Dio. Nietzsche
(1844-1900), filosofo della morte di Dio, non si limita a “uccidere
Dio”, ma vuole anche annunciare la sua morte. La sua fama
inizia proprio quando, chiuso nella pazzia, non può rendersene conto. Muore
infatti il 25 agosto 1900 e i libri che aveva pubblicato a sue spese correvano
ormai per il mondo. Certo, per
parecchio tempo la malattia di Nietzsche è stata un motivo per screditare la
sua filosofia. Il suo pensiero era considerato come risultato della sua
malattia, o anche, la sua malattia come risultato del suo pensiero. Oggi la
situazione è cambiata radicalmente. Non solo ci si rifiuta di considerare la
filosofia di Nietzsche sulla base della sua malattia o viceversa, ma si tende
piuttosto a valorizzare la sua malattia, ritenendola una condizione o meglio
uno strumento di conoscenza più profonda, “abissale” del mondo e della vita,
della realtà e dell’uomo. Nietzsche
stesso in Aurora scrive: «La condizione di certi uomini malati, che a
lungo e terribilmente sono tormentati dai loro dolori, non è senza valore per
la conoscenza. Colui che soffre fortemente, vede dalla sua condizione, con una
terribile freddezza, le cose al di fuori». Del resto nella stessa condizione di Nietzsche c’è stato Leopardi, c’è stato
Svevo che, nella Coscienza di Zeno, ha a lungo sviluppato il tema
malattia e salute, giungendo alla paradossale scoperta che il malato è il vero
sano e il presunto sano è il vero malato. Pertanto
non si deve giudicare la filosofia di Nietzsche sulla base della malattia, ma
nel suo autentico valore e nella sua coerenza interna. Nietzsche
demitizza le visioni del mondo, che si sono succedute nel corso della storia
occidentale: filosofia, cultura, morale, religione, e fa esplodere l’intera
civiltà occidentale distruggendo miti, credenze e valori, certezze e verità,
che egli ritiene siano state costruite per rendere sopportabile l’impatto con
il caos della vita, del disordine, dell’imprevedibile, ma che a uno sguardo più
profondo si rivelano soltanto come delle necessità di sopravvivenza, che il
filosofo, mediante una serie di “itinerari nel proibito”, mette a nudo. Facendosi
profeta del suo destino di eccezione, Nietzsche, infatti, in Ecce Homo
si presenta come «il primo uomo decente», dopo «la falsità che dura da
millenni», con il compito di scatenare tracolli e convulsioni. «Conosco la mia
sorte. Sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme, una crisi
quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza,
una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso,
conosciuto. Io non sono un uomo, sono una dinamite». Questa
demolizione del passato non si risolve in una semplice critica delle idee o dei
sistemi filosofici, ma si concretizza in una messa in discussione della civiltà
occidentale nel suo complesso e del tipo di uomo da essa prodotto: ossia un
individuo che non ama la vita e sottomesso ad autorità costituite politiche e
religiose. Nietzsche
rifiuta l’uomo del passato alla luce di un’intuizione del possibile uomo del
futuro, delineando un nuovo modello di umanità: il Super-uomo o l’Oltre-uomo. Le parole
di Ecce homo sono estremamente eloquenti: «Io vengo a contraddire, come
mai si è contraddetto, e tuttavia sono l’opposto di uno spirito negativo. Io
sono un lieto messaggero, quale mai si è visto; conosco compiti di un’altezza
tale che finora è mancato il concetto per definirli; solo a partire da me ci
sono nuove speranze». Vediamole,
dunque, queste “nuove speranze”, che Nietzsche ci prospetta. Nel 1872
Nietzsche pubblica il suo primo libro, La nascita della tragedia,28 frutto del suo insegnamento di filologia
classica all’università svizzera di Basilea. Il libro attira subito
l’attenzione ma anche l’ostilità degli ambienti accademici, rimane però
sconosciuto al grande pubblico. Egli vi espone una nuova visione e
interpretazione del mondo greco classico. L’immagine
tradizionale di questo mondo antico era quello del mondo della serenità e
dell’equilibrio, della misura e della saggezza. Si pensi al Rinascimento prima
e al Neoclassicismo poi del ’700; allo studioso tedesco J. Winckelmann
(1717-1768), che vede nella statua di Apollo la realizzazione del bello ideale. Ebbene,
Nietzsche scorge nel mondo greco due coordinate: il dionisiaco, che
rappresenta l’istinto, l’oscurità, l’inquietudine, l’ebbrezza, il caos, il
divenire, ossia il nascere e il morire delle cose; e l’apollineo, che
rappresenta l’ordine, la ragione, la luce, la serenità, l’equilibrio, la stasi. Il
dionisiaco si esprime attraverso la musica; l’apollineo attraverso l’arte
plastica, ossia la scultura. Ora,
Nietzsche insiste sul carattere originario dionisiaco dello spirito greco, che
scorge ovunque il dramma della vita e della morte, gli aspetti crudeli e orridi
della realtà. L’apollineo, secondo Nietzsche, sarebbe nato come tentativo di
sublimare, di trasfigurare l’orrido e l’assurdo in un mondo ordinato e
armonico, capace di rendere più sopportabile la vita. Gli stessi dèi sono stati
inventati, secondo lui, per rendere più vivibile la nostra esistenza: «Il greco
conobbe e sentì i terrori e le atrocità dell’esistenza: per poter comunque
vivere, egli dovette porre davanti a tutto ciò la splendida nascita sognata
degli dèi olimpici». Nietzsche,
alla luce di queste due coordinate, legge tutta la storia culturale dell’antica
Grecia. Nella età presocratica dionisiaco e apollineo hanno
proceduto separati e opposti. In quella della tragedia attica, apollineo
e dionisiaco si sono armonizzati fra di loro, dando origine ai
capolavori di Sofocle e di Eschilo. Infatti, la tragedia greca realizza un
perfetto equilibrio fra il dionisiaco, rappresentato nei cori accompagnati dal
canto e dalla musica, e l’apollineo, rappresentato dalla vicenda compiuta
dell’eroe. Il nome di “tragedia”, da trágos (capro) e odé
(canto), sarebbe nato dal coro dei seguaci di Dioniso che, mascherati da capri,
andavano in processione improvvisando un dialogo con il capocoro. Con il
periodo socratico l’armonia tra dionisiaco e apollineo si rompe a favore
dell’apollineo. Alla tragedia infatti si sostituisce la commedia di Aristofane,
in cui il protagonista non è più l’eroe, ma l’uomo comune; alla vita tragica si
sostituisce la vita quotidiana, alla morte dell’eroe il lieto fine, con la prevalenza
dell’elemento razionale e morale, come in Euripide. Figura
emblematica di questo terzo periodo è Socrate, che pretende di regolare la
vita, di ordinarla con la ragione predicando la virtù a favore di una visione
serena del mondo; ma Socrate ha finito per uccidere le profondità istintive e
tragiche dionisiache della vita. Socrate è un malato, perché la razionalità a
ogni costo è una malattia. Ebbene,
Nietzsche fa del dio Dioniso metafora del sì alla vita e al mondo:
«L’affermazione religiosa della vita totale, non rinnegata né frantumata».
Dioniso infatti è il dio dell’ebbrezza e della gioia, il dio che canta, ride e
danza. Egli è l’incarnazione di tutte le passioni che dicono “Sì” alla vita. «L’orgoglio,
la gioia, la salute, l’amore dei sessi, il rispetto, i bei gesti, le belle
maniere, gli oggetti belli, la volontà di potenza, la riconoscenza verso la
terra e la vita». Ma ecco il
punto: che cos’è la vita? Lo si è
visto, studiando il mondo classico greco. Nietzsche scopre la componente
tragica di quel mondo, di quella cultura, quale viene espressa dalla grande
tragedia attica, per esempio. Ma già da quando studiava filologia classica a
Basilea, Nietzsche legge per la prima volta Il mondo come volontà e
rappresentazione di Schopenhauer e ne rimane conquistato. Così egli
scrive in un frammento autobiografico: «Qui vedevo uno specchio nel quale
potevo scorgere il mondo, la vita, il mio animo in una grandiosità terribile.
Qui mi contemplava l’occhio disinteressato dell’arte, qui vedevo la malattia e
la guarigione, la messa al bando e il rifugio, l’inferno e il paradiso...» E anche da
Schopenhauer apprende che la vita è dolore, lotta, distruzione, crudeltà,
incertezza, assurdità, irrazionalità. Per
esprimere tutto questo, Nietzsche ricorre a una delle sue splendide metafore
poetiche: «La vita» egli scrive «danza sui piedi del caso». Ma è chiaro
che questa immagine rende insopportabile, e addirittura invivibile la vita
stessa. Per poter sopravvivere e affrontare la sua durezza, ecco allora la
costruzione da parte della filosofia, della scienza, della morale e della
religione di un cosmo ordinato, razionale, governato da scopi ben precisi e
retto da un Dio provvidente. In altre
parole, di fronte a una realtà, che, secondo Nietzsche, risulta caotica e non
provvidenziale, gli uomini, per poter sopravvivere, hanno dovuto convincere se
stessi e i loro figli che il mondo è qualcosa di razionale, di armonico, di
provvidenziale. Da ciò il proliferare, appunto, delle metafisiche e delle
religioni, tutte protese a esorcizzare un universo, che non risulta affatto
costruito secondo categorie razionali. Per
Nietzsche, infatti, «c’è un solo mondo, ed è falso, crudele, contraddittorio,
corruttore, senza senso... Un mondo così fatto, è il vero mondo. Noi abbiamo
bisogno della menzogna per vincere questa verità, cioè per vivere. La
metafisica, la morale, la religione, la scienza vengono prese in considerazione
solo come diverse forme di menzogna; con il loro aiuto si crede nella vita». Si
comprende allora la demitizzazione delle visioni del mondo, sopra accennata, e
in particolare della morale e del cristianesimo, in cui affondano le radici
della civiltà occidentale, nonostante che gli estensori della Costituzione
europea non intendano riconoscerlo, demitizzazione che trova il suo apice
nell’annuncio della morte di Dio. «La morte di Dio è un fatto, di cui
non ci fu uno più grande» scrive Nietzsche. «È un evento che divide la Storia:
non è la nascita di Cristo che divide la Storia, ma la “morte di Dio”». Ebbene, che
cos’è Dio per l’uomo occidentale, secondo Nietzsche? Dio è il
simbolo di un mondo perfetto, trascendente, dove si vive la vita vera. Dio è
quindi la personificazione delle verità e delle certezze metafisiche, morali e
religiose che sono state elaborate lungo duemila anni di storia. Ma
metafisica, morale e religione non sono che prospettive consolatorie e bugie di
sopravvivenza e Dio è la più antica bugia e la più lunga menzogna, inventata
come difesa dalla paura di fronte alla dura verità, che la realtà e la vita sono
caos senza senso e senza scopo. Pertanto
non occorre più dimostrare la non esistenza di Dio, ma è la realtà stessa, in
quanto caotica e non-provvidenziale, che confuta l’idea di Dio. Del resto,
precisa Nietzsche, a un Dio onnisciente e onnipotente, che non si preccupa
neppure che la sua intenzione venga compresa dalle sue creature, mancano
l’intelligenza e l’eloquenza per esprimersi più chiaramente. E continua: «Tutte
le religioni traggono il loro segno distintivo dal fatto che, con una
sorprendente leggerezza, esse si assumono tutte l’onere di dire la verità: ma
non sanno ancora un bel nulla riguardo a un dovere di Dio di essere verace nei
riguardi dell’umanità e chiaro nel comunicare con essa». Questa
critica a Dio non poteva non coinvolgere anche il cristianesimo. Nietzsche
infatti immagina di essere al «letto di morte del cristianesimo». Egli non
gradisce la visione cristiana della vita né la morale proposta dai vangeli né
la decadenza che tale religione avrebbe causato. Osserva che
in tutti i tempi, da tutte le filosofie e religioni, e quindi e soprattutto dal
cristianesimo, la morale è stata considerata come un fatto evidente che si
impone all’individuo. Il cristianesimo parla infatti di legge morale, che tutti
gli uomini avrebbero inscritta nella loro natura. Nietzsche ritiene invece che
la morale sia un problema e non un fatto, nel senso che si deve spiegare perché
l’uomo senta il bisogno di imporsi e obbedire a una morale. E in Genealogia
della morale ne dà una duplice spiegazione: psicologica e storica. I
cosiddetti “valori morali” non sono che ordini e divieti imposti dai genitori
ed educatori. La “voce della coscienza” non sarebbe la “voce di Dio nel petto
dell’uomo”, ma la “voce di alcuni uomini nell’uomo”. In altre
parole, la moralità è “l’istinto del gregge nel singolo”, ossia l’accettazione
di determinate direttive imposte dagli esponenti delle élites dominanti.
Pertanto i valori etici non sono delle entità autonome, «ma il risultato di
determinate prospettive di utilità per il mantenimento e il rafforzamento delle
forme di dominio e di potere; e solo falsamente sono proiettate nell’essenza
delle cose», nel senso cioè che
danno significato alla realtà e alla vita. E che cosa
è avvenuto di questi valori storicamente? Nietzsche osserva che nel mondo
classico e pagano, essendo espressione di un’aristocrazia cavalleresca, la
morale risulta improntata ai valori “vitali” della forza, della salute,
dell’orgoglio, della gioia. Con
l’avvento del cristianesimo a questa morale dei signori si sostituisce la
morale degli schiavi, improntata ai valori “anti-vitali” dell’abnegazione, del
sacrificio di sé, della rinuncia, della sottomissione ecc. Al corpo viene
sostituito lo spirito, all’orgoglio l’umiltà, alla sessualità la castità,
operando in tal modo il rovesciamento dell’aristocratica equazione di valore:
buono = nobile = potente = bello = felice nella equazione opposta: buoni sono i
miserabili, i poveri, gli impotenti, gli umili, i devoti sono i sofferenti, gli
indigenti, gli infermi, i deformi. Questo tipo
di morale, allorché con il cristianesimo diviene morale di massa, si trasforma
in una vera potenza, conquistando Roma stessa mediante una religione che è il
frutto di un risentimento dell’uomo debole verso la vita. Nel cristianesimo
Nietzsche scorge infatti il simbolo della vita che si mette contro la vita e
produce mediante il concetto di peccato un tipo di uomo ammalato e represso, in
preda a continui sensi di colpa. Nietzsche
si chiede perché questo rovesciamento e risponde: «Non potendo dare cattivi
esempi, i cristiani danno buoni consigli, spinti dal risentimento contro la
forza, la salute, l’amore alla vita e fanno diventare doveri e virtù il
sacrificio, la rinuncia e la sottomissione, giustificando tutto ciò con la
metafisica, la religione e la morale, che inventano un mondo superiore per
calunniare e insudiciare questo mondo, questa vita terrena». Attenzione!
Nietzsche critica e polemizza contro i cristiani e il cristianesimo in genere,
ma prova simpatia per Gesù di Nazaret, che egli considera “l’uomo più nobile”,
“un santo anarchico” e la croce “simbolo sublime”. Per la precisione, Nietzsche
polemizza contro i presunti seguaci di Gesù; di questi però ha un grande
rispetto e ammirazione. «Già la
parola cristianesimo» scrive «è un equivoco; in fondo è esistito un solo
cristiano e questi morì sulla croce. La chiesa è esattamente ciò contro cui
Gesù ha predicato e contro cui egli ha insegnato ai suoi discepoli a
combattere». Si capisce
a questo punto l’affermazione citata all’inizio: «Io non sono un uomo. Sono una
dinamite». Tuttavia il
compito che Nietzsche si assume non è solo quello di smascherare le menzogne
costruite dalla metafisica, dalla religione e dalla morale, ma anche di
liberare effettivamente l’uomo da queste menzogne, annunciando appunto la morte
di Dio: «Gott ist tot», Dio è morto. In una
pagina più significativa della sua opera La gaia scienza, che
rappresenta anche uno dei vertici della letteratura filosofica di tutti i
tempi, Nietzsche drammatizza il messaggio della morte di Dio con il noto
racconto dell’“uomo folle”. Questi è il
profeta-filosofo che annuncia la morte di Dio, suscitando l’ilarità di coloro
che l’ascoltano. È un annuncio drammatico, perché la morte di Dio implica il
crollo delle illusioni (nell’ordine provvidenziale del mondo, nella vita
ultraterrena ecc.), grazie alle quali gli uomini, come si è detto, riuscivano a
vivere e pertanto implica un “eterno precipitare”. Non a caso l’uomo folle
conclude constatando di essere venuto “troppo presto”, perché l’uomo attuale
non è ancora pronto ad affrontare questo terribile evento, cioè il Super-uomo
non è ancora nato. Dio,
comunque, è morto. Ma Nietzsche sa che l’uomo vuol credere a ogni costo, perché
ne ha bisogno. Il bisogno di credere in Dio è infatti tanto naturale che, se
non si crede nel Dio del cielo, si finisce inevitabilmente per credere ai tanti
idoli della terra. In una
pagina di Umano, troppo umano, parlando del cristianesimo, afferma:
«Quando in una mattina di domenica sentiamo rimbombare le vecchie campane, ci
chiediamo: ma è mai possibile? Ciò si fa per un ebreo crocifisso duemila anni
fa, che diceva di essere figlio di Dio».43
E nella Gaia scienza osserva: «Nella vecchia Europa, mi sembra che anche
oggi sia pur sempre la maggioranza ad avere necessità del cristianesimo, perciò
esso continua sempre a trovare chi gli presta fede. Così infatti è l’uomo:
anche se un articolo di fede potesse essere mille volte confutato, posto che
egli lo sentisse necessario, continuerebbe sempre a tenerlo per “vero”». Per questo
Nietzsche sa che l’annuncio della morte di Dio produrrà un trauma per l’uomo
attuale, gettandolo nell’angoscia. Anzi, incalza, quanto più l’uomo si è illuso
con la religione, la morale e la metafisica, tanto più rimane deluso. È il caso
dell’uomo contemporaneo che, avendo smesso di credere nell’aldilà, soffre il
senso di vuoto, che non percepirebbe se non fosse passato attraverso la fede
illusoria in un mondo soprannaturale, come quello costruito dal cristianesimo.
«Sta venendo il tempo» egli scrive «in cui dovremo pagare di essere stati
cristiani per due millenni; perdiamo il centro di gravità che ci faceva vivere
– per un certo tempo non sapremo come cavarcela». Ma la morte
di Dio è la condizione necessaria per varcare l’abisso che divide l’uomo attuale
dall’uomo futuro, ossia dal Super-uomo e ne prepara l’atto di nascita. Il
Super-uomo, infatti, ha dietro di sé la morte di Dio, ma davanti a sé la
possibilità di progettare la propria vita al di là dei limiti imposti dalla
morale, dalla religione e dalla metafisica. Al di là del bene e del male
è il titolo di uno dei suoi libri più letti. È l’ideale
dionisiaco, che ama la vita e, dimenticando il cielo, torna alla sanità della
terra. «Morti son tutti gli dèi; ora vogliamo che il Super-uomo viva», esclama Zarathustra. Del resto,
delle due l’una: o il mondo è caos e Dio non esiste e il Super-uomo ha senso; o
Dio esiste e il mondo non è più caos, il Super-uomo allora cessa di aver senso. Come si
vede, l’ateismo di Nietzsche è così radicale che esso non contesta solo Dio, ma
anche ogni suo ipotetico surrogato, ben consapevole che gli uomini, abbattute
le antiche divinità e il Dio tradizionale, tendono a crearne inevitabilmente
altre. Tant’è vero che «dopo che Buddha morì, si continuò per secoli ad additare
la sua ombra in una caverna, un’immensa orribile ombra. Dio è morto: ma stando
alla natura degli uomini, ci saranno forse ancora per millenni caverne nelle
quali si additerà la sua ombra. E noi, noi dobbiamo vincere anche la sua
ombra!» E
quest’“ombra di Buddha” verrà superata quando l’uomo attuale non cadrà nell’equivoco
del nichilismo, che consiste nel ritenere che il mondo, non avendo più
quella serie di significati “forti” che la metafisica, la morale e la religione
gli attribuivano, non abbia nessun senso. In realtà,
i significati, pur non esistendo come realtà metafisiche date, e quindi come
dei valori assoluti, esisteranno come prodotti del Super-uomo, che, affrontando
il caos del mondo, imporrà ad esso i propri fini e i propri significati. È questo
che Nietzsche intende con l’espressione volontà di potenza. La “Volontà
di potenza” è propria del Super-uomo, che impone al caos del mondo e della vita
i propri progetti, le proprie interpretazioni. «Dare un
senso, questo compito resta assoluto da assolvere, posto che nessun senso vi
sia già». «Ogni
così fu è un frammento, un enigma, una casualità orrida, fin quando la
Volontà non dica: ma io così voglio! Così vorrò!» La Volontà
di potenza, allora, non sarà altro che quella del Super-uomo che accetterà la
realtà e la vita non per sopportarle, ma per amarle, sostituendo al Tu devi
della morale, l’Io voglio. Il Così voglio che sia, in
conclusione, del Super-uomo, nato dalle ceneri di Dio e di ogni suo surrogato e
sostituto, esprime il progetto di un nuovo modo di essere che consiste: –
nell’accettare la vita così com’è, nei suoi aspetti gioiosi e dolorosi; – nel
rifiutare la morale tradizionale, capovolgendo la tavola dei valori («I valori
supremi si svalorizzano!»); – nel
superare l’equivoco del nichilismo, ossia la rinuncia anche alla ricerca di
ogni surrogato di Dio; – nel
reggere quindi la morte di Dio, guardando la realtà al di là delle illusioni
metafisiche o religiose; –
nell’imporre alla realtà i propri progetti e i propri fini; – nello
stagliarsi nell’orizzonte del futuro, ossia oltre l’uomo presente (Uber-mensch),
oltre l’uomo attuale. Il
Super-uomo, insomma, è l’uomo dionisiaco, che sostituirà la fedeltà a Dio con
la fedeltà alla terra. «Vi
scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli
che vi parlano di sovratterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano
il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi
stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire!» Da ciò la
proposta nietzschiana di una trasmutazione o inversione di valori. «La verità è
tremenda: perché fino a oggi si chiamava la verità la menzogna. Trasvalutazione
di tutti i valori: questa è la mia formula per l’atto con cui l’umanità prende
la decisione suprema su se stessa, un atto che in me è diventato carne e
genio». Di
conseguenza, quando Nietzsche si proclama il “primo immoralista” non intende
alludere all’abolizione di ogni criterio o valore e proporre un tipo di uomo in
preda al gioco sfrenato degli istinti, ma contrapporre ai valori anti-vitali
della morale tradizionale una nuova tavola di valori a misura di uomo e
del suo carattere mondano. Infatti l’esistenza dell’uomo per Nietzsche è
un’esistenza interamente terrestre: l’uomo è nato per vivere sulla terra e non
c’è altro mondo per lui. L’anima, che dovrebbe essere il soggetto
dell’esistenza ultra-mondana, è insussistente: l’uomo è sostanzialmente corpo;
l’anima è soltanto una parola che indica una particella del corpo. Questa
rivendicazione della natura terrestre dell’uomo è implicita nell’accettazione
totale della vita, che è propria dello spirito dionisiaco. In virtù di tale
accettazione, la terra e il corpo si trasfigurano: la terra cessa di essere il
deserto in cui l’uomo è in esilio e diventa la sua dimora gioiosa; il corpo
cessa di essere prigione o tomba dell’anima e diviene il concreto modo di
essere dell’uomo nel mondo. È chiaro
che in questo contesto Dio è veramente morto. «Morti sono tutti gli dèi;
ora vogliamo che il Super-uomo viva»,
esclama Zarathustra. Ciò vuol
dire che l’universo nietzschiano è tale solo nel presupposto, di derivazione
schopenhaueriana, di un mondo “sdivinizzato”, cioè inequivocabilmente ateo. Per
cui, lasciare in piedi anche la più vaga ipotesi della possibilità di Dio o
pensare, come Heidegger, che il nostro tempo possa essere qualificato come
«l’epoca degli dèi fuggiti e del Dio venturo... degli dèi che non vi sono più e
del Dio che non vi è ancora» significa minare alla base tutto il discorso di
Nietzsche, che si impone a partire dagli effetti della morte di Dio.
Nietzsche
muore nell’agosto del 1900. Stava iniziando il secolo della scienza e della
tecnica, ma anche il secolo delle “Idee assassine”, secondo il titolo del libro
di R. Conquest:52 due guerre
mondiali, la bomba atomica e l’affermarsi delle ideologie più efferate:
fascismo, nazismo, comunismo con i conseguenti Lager, dove si è compiuto
l’Olocausto ebraico, e Gulag staliniani, dove sono morti milioni di esseri
umani. Che ne è
stato di Dio e come lo si pensa oggi? Il filosofo
U. Galimberti, in un articolo pubblicato su “Micro-Mega” n. 2/2000, scrive: «La
religione morirà. Non è un auspicio né tanto meno una profezia. È già un fatto
che sta attendendo il suo compimento. Non lasciamoci ingannare dalle folle
oceaniche che si radunano intorno al Papa e neppure da quelle che seguono i
popolarissimi predicatori televisivi protestanti in America. Non lasciamoci
suggestionare dal diffondersi sempre più frequente e talvolta tragico delle
sette apocalittiche né dalle forme più dolci e suasive della New Age. Tutto ciò
non è, come è stato detto, una “rivincita di Dio”, ma solo l’ultimo lampeggiare
del suo tramonto, perché l’ordine del mondo, che un tempo era cadenzato dai
suoi comandamenti, ora è regolato dalle ferree leggi della tecnica che a Dio
più non si rifanno, perché di Dio hanno perso non solo il nome, ma anche il
senso, l’origine e la traccia». Ma anche il
suo maestro, E. Severino, ha scritto su “Il Giornale” questa sua convinzione:
«La Scienza e la Tecnica sono destinate a diventare qualcosa di ben più
decisivo di una Chiesa. Sullo scacchiere dell’Occidente l’apparato
scientifico-tecnologico è, rispetto al vecchio Dio, il nuovo rimedio contro il
dolore». Certo, la
coscienza religiosa è stata contraddetta in profondità dalla storia del secolo
appena trascorso, esaltante per un verso, in quanto la scienza e la tecnica
hanno consentito, per esempio, di esplorare gli spazi siderali e di approdare
sulla luna, e in campo biomedico di decidere della vita e della morte. E questa
possibilità ha pure creato l’illusione di una divinizzazione dell’uomo
contemporaneo al punto di fargli credere di essere divenuto onnipotente e di
potere perciò sfidare la stessa onnipotenza di Dio. Ma
dall’altro verso la coscienza religiosa è stata contraddetta in profondità
anche dalle tragedie sopraccitate e pure da quelle accadute in questo inizio
secolo, come l’attentato dell’11 settembre, le due guerre in Afghanistan e in
Iraq e le tante combattute in vari paesi del mondo, al punto che molti si sono più
volte posto l’interrogativo: Dov’era Dio? Una lettera
scritta da un soldato tedesco da Stalingrado, durante il terribile assedio,
dice: «Porre il problema dell’esistenza di Dio qui a Stalingrado significa
negarlo. Te lo devo dire, caro padre, e mi rincresce: ho cercato Dio in ogni
fossa, in ogni casa distrutta, in camerata o in trincea e non l’ho trovato. Non
c’era e non si è mostrato quando il mio cuore gridava a Lui. Le case erano
distrutte, dal cielo cadevano bombe e fuoco, soltanto Dio non c’era. No, padre,
non c’è nessun Dio e so che è una cosa terribile e per me irreparabile». È questa la
protesta non di un singolo, ma l’icona di una disperata delusione di tanti
uomini del nostro tempo. Un giovane
cantante di nome Juri canta una melodia jazz con queste parole: «Io non posso
dirvi come è nato il mondo. / Io non posso sapere come finirà. / Io posso dirvi
con sicurezza: / Dio se c’è buono non è». «Partendo
dal generico fino al particolare, incominciate a dirmi perché ha creato il
male». Juri si
professa ateo. «Un Dio», spiega, «che ci hanno presentato come un buon
creatore, non poteva inventare il dolore, la morte». Del resto,
J. P. Sartre ha scritto: «Dio non esiste. E noi non abbiamo né dietro né
dinanzi a noi, in un dominio luminoso di valori, delle giustificazioni o delle
scuse. Siamo soli, senza scuse. Dio è una passione inutile». E Camus
parla dell’«uomo assurdo», perché vive in un mondo spogliato di illusioni e di
luci, in cui egli si sente uno straniero, e tale esilio è senza rimedio, perché
vuoto dei ricordi di una patria perduta e della speranza di una «terra
promessa». E il nostro
C. Pavese parla della vita come di un “vizio assurdo”, perché non c’è altro al
mondo che sofferenza e solitudine. Come si
vede, si tratta di prospettive che costituiscono la negazione della possibilità
di credere in un Dio trascendente. Non
mancano, infine, élites di intellettuali che non esitano ad affermare, come
Manlio Sgalambro: «Io debbo dirlo, mi vergogno che Dio esista... Ho il merito
di aver capito quanto è banale l’idea di Dio». E ancora, «Devo dire che io
trovo nel cristianesimo tutte le idee esemplari e ripugnanti di ogni religione.
Esso è impastato della nostra “merde”». Ma il
nostro tempo è contraddistinto da un nuovo tipo di ateismo, che è tipico
della società post-moderna e secolarizzata e quindi indifferente al
problema religioso, per cui si vive come Se Dio non fosse. È questo
anche il titolo di un libro di G. E. Rusconi, il quale afferma che nella
società democratica Dio non deve interferire, in quanto la politica, l’economia
e i rapporti sociali hanno una loro specifica autonomia, che va rispettata,
perché la democrazia di un paese funzioni. La religione, perciò, se si vuole
aderire a una fede, deve essere relegata nel privato; è una pura questione di
scelta personale, che non deve per nulla condizionare le proprie scelte
politiche, economiche e sociali. Di fronte a
questo rifiuto di Dio, c’è oggi chi crede ancora alla sua esistenza, ma ritiene
che le tragedie che hanno contraddistinto il secolo XX abbiano fatto cadere
l’idolo del Dio onnipotente, che era forse la proiezione della nostra velleità
di onnipotenza alimentata dagli spettacolari successi della scienza e della
tecnica, che si sono susseguiti in tale secolo. Si pensi
per esempio alla testimonianza di un grande ebreo, Hans Jonas, autore di quel
profondo libro, Il concetto di Dio dopo Auschwitz. Egli afferma: «Non mi
basta più la consolazione di Giobbe. Dinanzi a Dio, che gli si presenta come il
Creatore e il Signore dell’universo, Giobbe china il capo». Jonas a questa
accettazione di Giobbe si ribella e scrive: «Questa concezione non mi basta
più. Dio non ha fatto niente per il “suo popolo”... Dio è stato assente. Dio
tacque, non intervenne perché non poté intervenire». È qui che entra
in gioco la nuova concezione di Dio. Viene messa in crisi la concezione
tradizionale di un “Dio onnipotente”. Se Dio ha dato all’uomo la libertà, ha
dovuto necessariamente ritirarsi per “far posto” alla creatura finita. La
creazione è, per certi versi, un atto di autoalienazione di Dio, specie quando
crea una “persona”, una “creatura libera”. L’immagine di Dio che Jonas consegna
alla comunità ebraica è l’immagine di un “Dio debole”. La stessa immagine che
nel pieno della persecuzione nazista aveva disegnato un teologo protestate,
testimone e martire, D. Bonhoefer, “un Dio che soffre” nella vittima
perseguitata. Oggi,
dunque, è caduto l’idolo del Dio “onnipotente”, e questa caduta, dovuta, come
si è visto, all’assenza di Dio nella tragedia umana di cui tutti noi siamo
stati testimoni, ha messo in crisi non solo la tradizionale concezione del Dio
onnipotente, ma anche la velleità e la pretesa di onnipotenza dell’uomo
post-moderno, rivelando insanabili contraddizioni. Quanto più l’uomo sviluppa e
ingrandisce infatti la propria potenza, fino a credere alla propria
onnipotenza, altrettanto sente crescere in sé la coscienza del proprio limite,
che si rivela nelle mille incertezze e paure della vita quotidiana, ma anche
della vita degli Stati e delle nazioni. Si pensi, tanto per fare l’esempio più
clamoroso, al terrorismo internazionale, che riesce a tenere in scacco l’unica
superpotenza superstite, gli USA. Assieme
alla “morte di Dio” annunciata da Nietzsche, stiamo assistendo, dunque, al
crollo del mito dell’onnipotenza dell’uomo contemporaneo. Giustamente
U. Galimberti osserva a conclusione del suo articolo citato: «Il risveglio
religioso, in tutte le disparate forme a cui oggi assistiamo, non deve trarre
in inganno. Esso è solo un sintomo dell’inquietudine dell’uomo contemporaneo,
che cresciuto nella visione della tecnica come progetto di salvezza, oggi
percepisce all’ombra del progresso la possibilità di distruzione, e all’ombra
dell’espansione tecnica la possibilità di estinzione. E qui nessun “Dio ci può salvare”,
come vorrebbe l’allusione di Heidegger, perché la tecnica è nata proprio dalla
corrosione del trono di Dio». Galimberti, in questa amara
conclusione del suo articolo, allude, naturalmente non condividendolo, al
titolo di una famosa conferenza di Heidegger: Ormai solo un Dio ci può
salvare.
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