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Le chiavi del
paradiso e dell’inferno
Ferdinando Saudati
1. Se a partire dal
Giubileo...
Molte sono le strade e i mezzi del perdono di Dio e della
riconciliazione: non possiamo ridurli arbitrariamente a uno solo. Si tratta, in
ultima analisi, della dottrina di tutta la Sacra Scrittura e del Vangelo di
Gesù: «Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non
sacrificio”, non avreste condannato persone senza colpa» (Mt 12,7; cf 9,13).
Questa è la religione che Dio chiede ed esige. Questo dev’essere il nostro
punto di partenza. (Domiciano Fernández, Dio ama e perdona senza condizioni)
Di libri
che trattano della confessione ne circolano parecchi. Di documenti ufficiali,
quanto basta. Ritornare sull’argomento, senza essere uno specialista in
materia, è rischioso quanto muoversi su un terreno minato, sebbene
un’esperienza trentacinquennale acquisita sul campo, attendendo alle
confessioni in contesti socio-culturali diversi, potrebbe costituire una
credenziale almeno sufficiente per offrire alcune suggestioni in merito. Ho
pensato che potevano risultare non del tutto ovvie e, dopo lunga incubazione,
mi sono sentito di proporle. La materia
è complessa, ma non per questo dev’essere considerata un tabù nella Chiesa
d’oggi, specie in un paese come il nostro dove quasi tutti hanno avuto a che
fare con il sacramento della confessione. Quanto alla
complessità, è noto che, se raggiunge certi livelli, rischia di portare un
sistema al collasso, o quanto meno a incepparlo. Nel caso del sacramento della
penitenza, ciò si è ampiamente verificato. Bisognerà allora ritornare a un
criterio di semplicità, attingibile alle parole e all’esempio di Gesù Cristo. È
quanto si è cercato di mettere in evidenza con questo scritto che, oltretutto,
costituisce un’opera corale, non tanto perché libri ex libris fiunt (i
libri si fanno con altri libri), quanto perché volutamente si è dato spazio
alle voci di diversi autori che, prima e meglio di chi le ha raccolte, hanno
avvertito le difficoltà che da lungo tempo il sacramento della penitenza porta
con sé. Queste voci
sono, di volta in volta, analisi storica e teologica, testimonianza e allarme
pastorale, sofferta critica e appello di riforma alla Chiesa che, ovviamente,
non viene qui contemplata nella sua pura essenza, ma nell’evidente limitatezza
delle persone e delle strutture che la compongono. Il taglio
antologico rende meno scorrevoli e fors’anche un po’ laboriose queste pagine.
Tuttavia l’autore nutre la speranza che molti riconoscano in esse qualcosa di
ciò che hanno pensato e avrebbero voluto esprimere, se non nella stessa forma,
almeno nella sostanza. Queste
riflessioni sono nate molto prima dell’anno giubilare e solo all’approssimarsi
di tale evento, o a partire da esso, sono sembrate una proposta realistica da
presentare alla Chiesa. Il calendario ufficiale del Grande Giubileo (24
dicembre 1999 - 6 gennaio 2001) era fitto di celebrazioni, manifestazioni e
parate per ogni categoria di persone. Ma quale segno la Chiesa ha offerto
perché fosse percepito come un “anno di grazia del Signore”? È stato
bello sentire uomini di Chiesa chiedere a governi e capi di Stato l’azzeramento
o la riduzione del debito estero dei Paesi poveri, la moratoria nelle
esecuzioni capitali e altri gesti di clemenza. Non si è udito invece lo stesso
linguaggio per le situazioni interne alla Chiesa. Non le suggerivano proprio
nulla le sofferenze, per esempio, degli irregolari del matrimonio o del
ministero ordinato? Mi riferisco a quella irregolarità che è in gran parte
frutto dell’incapacità o della non volontà di pensare a soluzioni nuove, che
non solo non contraddirebbero lo spirito del Vangelo, ma gli darebbero
attuazione. Non si
tratta di premiare coloro che hanno commesso, ma spesso anche subito, qualche
grave errore e peccato, ma di ascoltare la loro esperienza, il loro tormento –
o la loro pace, se l’hanno finalmente trovata – i loro suggerimenti, il loro
desiderio di essere perdonati, di sentirsi ancora non solo nella Chiesa, ma
anche utili a essa, partecipando alla sua missione nelle nuove situazioni di
vita. La Chiesa
si è dotata di propri tribunali, da cui pendono e discendono sentenze. A parte
i coniugi in crisi, che in genere c’è da spingerli (e ne hanno ben motivo!)
verso il tribunale ecclesiastico, con la speranza di una dichiarazione di
nullità del loro matrimonio ormai fallito, gli altri clienti, perlopiù iscritti
d’ufficio, sono soprattutto teologi, sacerdoti e religiosi. Teologi che spesso
hanno l’unico torto di essere in anticipo sui tempi, sacerdoti e religiosi
coinvolti nella realtà socio-politica per amore del Vangelo e dei fratelli
umiliati. Non era ipotizzabile una riconciliazione, sulla base di una maggior
tolleranza e lungimiranza nei confronti di chi ha la passione e il compito
della ricerca nell’ambito della fede e della giustizia? Il Giubileo
si è proposto, e in parte ha raggiunto, nobili obiettivi: purificazione della
memoria storica della Chiesa, ricordo dei nuovi martiri, invito a un maggiore
impegno contro la povertà e l’emarginazione. Era auspicabile anche qualche
decisione concreta nel segno della liberazione, della misericordia e della
comprensione per i figli della Chiesa. Ma nell’agenda del Giubileo, a parte le
pratiche di pietà e le obsolete indulgenze, non c’è stato posto per questo. Siamo
rimasti ben lontani dallo spirito con cui Gesù aveva proclamato il suo giubileo
nella sinagoga di Nazareth: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo
mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare il Vangelo ai
poveri, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per
rimettere in libertà gli oppressi, e predicare l’anno di grazia del Signore»
(Lc 4,18-19). Il 1999,
secondo la proposta del Papa e in preparazione al Giubileo, è stato l’anno del
Padre: sono comparsi a raffica lettere pastorali, libri e opuscoli, si sono
tenute conferenze e convegni col nobile intento di convincere anche i più
refrattari che questa è la verità basilare della fede cristiana.
Ecco alcuni
titoli messi in circolazione: Dio Padre di misericordia – Dio, il Padre che
è nei cieli – Al Padre seguendo il Figlio – Con cuore di figli – Dio il grande
seduttore – Dio nostro Padre – Dio Padre e Madre – Il Padre che dà la vita –
Incontro al Padre – Tornerò da mio padre – Incontrare il Padre – La luce del
Padre – L’amore del Padre ci perdona – Dio è Padre e ci ama. In Cristo siamo
suoi figli – La genitorialità di Dio – Un Dio sorprendente – Dio presenza
paterna e misericorde – Nostro Padre Dio – Dio non è bizzarro – Dio è
interessante – Nove incontri con Dio nostro Padre – Papà mio – Mostraci il
Padre – Alzati e abbracciami – Ridategli l’anello – Il Padre vi ama – Paternità
di Dio in una società senza padri – Giubileo: un anno per riscoprire la gioia
del perdono di Dio – Il tempo della tenerezza di Dio – Infinita è la sua
tenerezza – Con cuore di figli – Gli si gettò al collo – Nel tuo nome o Padre –
Dio Padre chi sei? – Un Padre dal cuore di Madre – Il Padre di Gesù e nostro –
Abbà! Un Dio dal volto di Padre – Dio Padre onnipotente e misericordioso – Il
Padre. Dio di ogni consolazione – Il Padre della gioia – Il Vangelo del Padre.
Brevi meditazioni alla riscoperta quotidiana dell’amore incondizionato del
Padre per ogni creatura – Il padre commosso lo abbracciò – Il Misericordioso –
Tra le braccia del Padre. Il figlio prodigo racconta la sua avventura – Figli
di un Dio maggiore – In cammino verso il Padre – Festeggiare il Padre.
Conoscere e celebrare la paternità di Dio – Sì, Padre – Nostro Padre Dio – Dio,
il Padre – Il Padre di Tutti – Io non credo in Dio. Io credo in Dio Padre –
Cristo Gesù mostraci il Padre – Dio Padre, voi tutti fratelli – Un inno di
silenzio. Meditazioni sul Padre – Come una carezza. Alla scoperta di un Dio
tenero e misericordioso – Teologia della tenerezza. Un vangelo da riscoprire –
Da peccatori al padre – La tenerezza di un Dio diverso – Un padre
scandalosamente nostro. Non mi
stupirei se la lettura di questo patetico elenco avesse ingenerato almeno un
leggero senso di nausea. Purtroppo, sull’arduo e pure necessario tentativo di
dire qualcosa di più e di meglio su Dio, prospera un genere di letteratura
trita e mielosa, che avrebbe fatto gridare ad Albert Cohen: «Voi che credete...
convincetemi anche che Dio è, e che mi ama, ma convincetemene bene, con
intelligenza. Sì, fratelli, obbligatemi a credere, però fornitemi buoni motivi
e non le solite balle imbecilli nate morte, balle che fanno venire la nausea.
Mi occorre Dio, l’unico, il vero, Colui che porta la pace che è gioia... Quello
che dicono di Te è troppo insulso. E del resto, tanti di quelli che credono in
Te sono duri di cuore, la qual cosa non m’incoraggia certo.» Poiché
l’anno del Padre doveva offrire «il contesto adatto per la riscoperta e la intensa
celebrazione del sacramento della Penitenza», non è mancata anche su questo argomento la colata dei documenti
cartacei. Il Giubileo rappresentava una ghiotta occasione per autori ed
editori, potendo smuovere un settore piuttosto pigro del mercato librario. Tra
la fine del 1998 e i primi mesi del 2000 si sono contate non meno di quaranta
pubblicazioni che hanno messo a tema la confessione. In un
convegno diocesano, il vescovo ha presentato la confessione “come il più bello
dei doni, un dono pasquale di cui oggi non si comprende a sufficienza la
bellezza”. Sicuramente di nessun dono di Dio afferriamo completamente la
bellezza; ma, nel caso della penitenza, si gradirebbe sapere com’era quando era
veramente “bella”. In quale epoca? In ogni caso, chi ha più contribuito a
offuscare tale bellezza? Non spetta in primo luogo ai pastori della Chiesa fare
una sincera disamina sulle cause dell’«inquietante processo di decadenza» cui è andata incontro? Anche
esperti di teologia e pastorale, che si muovono con molta prudenza, sono giunti
a dichiarare: «Senza un
autentico rinnovamento delle modalità celebrative della penitenza il Giubileo
rischia di non raggiungere in pienezza il suo scopo, di non incidere
visibilmente sulla Chiesa in quanto tale.»5
Un modo eufemistico per dire che, date le premesse, sarebbe stato proprio
questo il prevedibile risultato. La riforma
del sacramento della penitenza, attesa da tante persone, che in genere non
hanno pulpito per far udire la loro voce, avrebbe elevato il monumento più
bello alla memoria del Giubileo di fine millennio, se intendeva essere un “anno
di grazia del Signore”. Le cose invece sono andate diversamente. Ho
incontrato molte persone che non hanno particolare difficoltà a credere
nell’onnipotenza e sapienza di Dio, mentre ne hanno molta ad ammettere che in
Lui si trovino anche compassione e misericordia. Osservano il mondo e la natura
e ne restano ammirati. Poi guardano gli uomini e gli animali, ciò che accade
loro, e sono assaliti da ogni sorta di dubbio. Le Chiese, che parlano a nome di
Dio, contribuiscono spesso a rafforzare i dubbi anziché a fugarli, perché nella
loro storia hanno reso ben poco visibile la Sua misericordia e spesso l’hanno
atrocemente contraddetta. Nella
Chiesa cattolica si fa di continuo appello alla misericordia di Dio e non c’è
predicatore o scrittore religioso, oggi, che non evochi la Sua “tenerezza”.
Anch’essa è diventata una moda. Moda e retorica si tengono a braccetto e
l’effetto è solo peggiorativo: imperversa infatti un buonismo teologico che è ininfluente
sul piano della crescita e della liberazione spirituale delle persone. Avverto
una mancanza di pudore nella gara a parlare di Dio in termini di misericordia e
tenerezza, dimenticando che sino a poco tempo fa si è accreditata un’immagine
di Lui degna dell’inferno dantesco. Nel corso
annuale di “esercizi spirituali”, che si teneva un tempo in qualsiasi seminario
o casa di formazione, la predica più importante era considerata quella
sull’inferno e il predicatore più bravo era quello che riusciva a terrorizzare
maggiormente l’uditorio con il richiamo alla sua perpetua durata e alle atroci
sofferenze che lì il “buon Dio” avrebbe inflitto ai dannati, per mano di
spaventosi demoni. Più “realistica” risultava questa descrizione e più
sadicamente vi si rappresentava l’operato punitivo di Dio, tanto più degna di
lode era ritenuta la predica.
Eravamo talmente immersi in questo impianto dottrinale da non renderci neanche
conto di quanto Dio ne uscisse sconfitto. Infatti,
questo Dio della cui bontà paterna e materna insieme, i suoi vati si riempivano
la bocca, condannava (ma sarebbe più giusto usare il verbo al presente) in modo
definitivo, con rigore inflessibile e su scala industriale chi avesse
trasgredito uno qualsiasi dei suoi ordini, compresi precetti fin troppo umani,
ma sacralizzati da istituzioni che pretendevano di parlare a Suo nome. Anzi,
proprio le codificazioni umane prendevano il sopravvento e avrebbero costituito
il metro di giudizio. Che si trattasse dell’assassinio di una dozzina di esseri
umani o di un’assenza al culto festivo, non avrebbe fatto differenza. La «pena
eterna», come recita una preghiera tradizionale entrata negli eucologi
ufficiali, chiamata Atto di fede,
che s’impara già da bambini, era sempre lì a portata di mano. L’Atto
di fede, come altre orazioni, sono nate con scopi catechistici, ma ciò non
toglie l’effetto truce di certi accostamenti: al Gesù Cristo, «Figlio di Dio,
incarnato, morto e risorto per noi», fa immediatamente seguito che proprio lui
«darà a ciascuno, secondo i meriti, il premio o la pena eterna.» Con estrema
disinvoltura viene gettata sul tappeto un’eventualità orribile, un dato che è
sì presente nel Nuovo Testamento8 ed
è passato nel nostro patrimonio di fede, ma il cui contenuto è altamente
problematico e talmente drammatico da richiedere non solo che venga fatta su di
esso maggior luce, ma anche un uso più parsimonioso, sia per non banalizzarlo,
sia per non trasformarlo in un indiscriminato strumento d’angoscia. Soprattutto
è necessario non oscurare il dato più importante, vale a dire il filo d’oro che
percorre tutta la Bibbia, che è quello della misericordia e compassione di Dio:
«Hai pietà
di tutti, perché tutto puoi e dimentichi i peccati degli uomini in vista della
conversione» (Sap 11,23); «Parlate al cuore di Gerusalemme e annunciatele che
la sua schiavitù è finita, che la sua colpa è espiata, ch’essa ricevette dalla
mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati» (Is 40,2). Questo filo
d’oro porta alla persona e all’insegnamento di Gesù, per noi massima
espressione dell’amore di Dio, che prega il Padre di perdonare i suoi carnefici
e apre il regno di Dio a un malfattore, compagno di sventura che, in qualche
modo, riconosce la sua colpevolezza. Salvezza e
perdizione non sono entità simmetriche, da collocarsi sullo stesso piano,
perché alla Chiesa non è stata affidata una dottrina sull’inferno, ma un
annuncio di salvezza che si rivolge a tutti gli uomini e a tutti offre
speranza. È un’intuizione già presente nell’Antico Testamento: «Poiché un momento
dura la sua ira, ma per tutta la vita il suo favore» (Sal 30,6). Nel
linguaggio corrente, salvezza e perdizione sono termini che si richiamano –
come si richiamano e da troppi cristiani vengono malauguratamente accostati e
quasi posti sullo stesso piano, Dio e demonio – ma fra di essi non può esistere
che un rapporto di sproporzione. Se il nostro debito corrisponde a cento denari
– ha cercato di farci intendere Gesù (cf Mt 18,23-35) – il condono di Dio nei
nostri confronti ammonta a diecimila talenti, cioè a una somma seicentomila
volte superiore! Dimenticando questo, viene falsata la prospettiva teologica
della redenzione, con ricadute disastrose sull’assetto di fede dei credenti. Anche il
“sacramento della misericordia”, che doveva manifestare la riconciliazione del
mondo avvenuta in Gesù Cristo, a motivo della siepe di norme da cui è stato
circondato, può diventare un pericolo agli effetti della salvezza eterna: la
volontaria, mancata confessione di un peccato costituirebbe un peccato tale da
spedire all’inferno per via direttissima! «Quanti cattolici di ogni
grado e in ogni situazione, per colpa di un certo tipo di teologia morale, si
sono tormentati, spesso tutta una vita, per la tremenda paura di non aver
confessato davvero tutti i peccati gravi! E si trattava anche di confessare
l’elenco esatto della natura e del modo del peccato grave. Guai se persone
predisposte all’ansia cadono nelle mani di un tipico giudice da confessionale.» In realtà,
questo giudice-confessore non rappresenta un’eccezione, ma è lo specchio fedele
di una mentalità e prassi generalizzate nella Chiesa: per la quali non è
intervenuta alcuna modifica o prescrizione ufficiale. Credo che
il compito precipuo della Chiesa sia quello di aiutare gli uomini a credere nel
vangelo della misericordia: lo potrà fare solo se riuscirà a modellare su di
esso la sua vita, trovando la forza di cambiare ordinamenti e strutture che lo
offuscano, a cominciare da quello che è chiamato il sacramento della
misericordia. Senza questo rinnovamento, resterà monco qualsiasi annuncio di
grazia e di liberazione che essa tenterà di fare. I cristiani
vanno fieri del mirabile insegnamento di Gesù su Dio, ma l’hanno tradotto
concretamente in forme che sono lontane su questo punto perfino dalla soglia
raggiunta dal Primo Testamento, laddove si dice: «Il Signore è clemente e
misericordioso, rimette i peccati e salva al momento della tribolazione...
Gettiamoci nelle braccia del Signore e non nelle braccia degli uomini; poiché,
qual è la sua grandezza, tale è anche la sua misericordia» (Sir 2,11.17). Anche
l’ammettere, da parte della Chiesa – la gerarchia preferisce parlare di “uomini
di Chiesa” – errori e peccati dei secoli passati, senza analizzare e rimuovere
quelli di oggi, rischia di ridursi a un’operazione virtuale, sicuramente
indolore. Con la richiesta di perdono,
rivolta a Dio e al mondo il 12 marzo 2000 – vincendo resistenze
intraecclesiastiche di cui c’è traccia anche nel documento della CTI, Memoria
e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, che l’ha preceduta – Giovanni Paolo II ha compiuto un gesto nobile e
insieme doveroso. Se però rimane senza conseguenze, nel senso che non porta a
riconoscere peccati anche più recenti, «è lecito supporre – visto il dibattito
interno alla Chiesa – che fra cinquanta, cento, duecento anni un papa chiederà
perdono per questi.» Non ci sarà
nulla di male a farlo, ma qui la tempestività è requisito fondamentale.
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